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Gisella
Colombo
Nata e sempre vissuta a
Milano, Gisella Colombo frequenta il liceo classico Beccaria e si
laurea in Lettere
moderne
con indirizzo filologico. Entrata in ruolo in tempi brevi, inizia
subito a insegnare e da oltre vent’anni è docente di italiano e latino al liceo
scientifico. E’amante della cucina e del buon vino: fra i suoi
“titoli”, infatti, non si contano solo quelli di studio, ma anche il
diploma di sommelier non professionista, acquisito quando ancora
questa passione per l’enologia non era molto diffusa. Non a caso tra
le sue mete privilegiate ci sono la campagna e le colline del
Monferrato, luoghi amati dove, in una cornice di tranquillità e di
pace, ha modo di dedicarsi ai suoi interessi, con la curiosità e il
gusto di sperimentare sempre ambiti nuovi. Felicemente sposata, con
due figli che adora, è molto legata alla famiglia e a una fitta
trama di rapporti e di amicizie consolidate. E’ da questi
nuclei fondanti che ha origine la sua scrittura. La poesia
scaturisce all’improvviso per una forte urgenza interiore e segue la
traccia di un’esperienza difficile, quella del figlio minore,
Giorgio, ammalatosi di leucemia all’età di dodici anni.
La malattia, con il
suo esordio imprevedibile e inatteso, l’ha indotta a prendere la
penna per registrare sentimenti ed emozioni scaturite da quella
vicenda dolorosa: la raccolta Frammenti di felicità sospesa,
infatti, è sorta proprio dall’esigenza di dare forma a un’intima
sofferenza, contiene versi che nascono dall’incontro con il Male,
che mette a repentaglio la vita di Giorgio e mina profondamente gli
equilibri di tutta la famiglia. Ma scrivere si rivela nel contempo
una risorsa, le offre la possibilità di trasferire sulla carta i
drammi e le ansie che la malattia procura, l’aiuta a frapporre la
giusta distanza dal tormento quotidiano. Via via spiragli di
serenità si profilano all’orizzonte e la poesia vi si ancora per
proseguire il suo canto: nasce così la seconda raccolta, intitolata
Tracce di serenità ritrovata, diario lirico che
testimonia il lento ma fiducioso cammino della guarigione. La
scrittura, ancora una volta, è uno strumento prezioso che l’aiuta a
riemergere da quella fase buia dell’esistenza e a ripercorrere
attraverso la pagina tappe e occasioni che fanno nuovamente sognare.
Scrivere e nel contempo rileggere i suoi autori preferiti, evocarli
e citarli, trovare con loro straordinarie consonanze, sovrapporre la
loro voce alla sua voce le ha consentito, inoltre, di aggiungere
spessore e pienezza all’esperienza e di farne la cifra del suo modo
di raccontare.
Se
la
poesia, quindi, nasce in prima istanza dal bisogno di comunicare con
se stessa ed ha una dimensione strettamente privata, la prosa ha
come fonte di ispirazione soprattutto la scuola, risorsa
inesauribile di storie, incontri, amicizie durevoli. E alla scuola è
quasi interamente dedicato il suo testo intitolato Intarsio,
cui è affezionata tanto quanto lo è ai volti e alle persone che la
sua attività di insegnante le ha fatto incontrare.Punto
d’irradiazione di conoscenze ed esperienze significative,
l’esperienza scolastica continua a rappresentare per lei un terreno
fertile, da cui è scaturita una rete di rapporti durevoli: colleghi
che sono diventati anche compagni di viaggio, ex-allievi che ora
sono amici affezionati e solleciti e talora anche protagonisti dei
suoi racconti, persone che costituiscono, comunque, importanti punti
di riferimento, in grado di rendere la permanenza nell’ambito
scolastico gratificante e dotata di senso.
Nel mezzo di questa
storia ancora aperta, cui ogni giorno si aggiunge una pagina o un
capitolo nuovo, si collocano Tre parentesi, dettate da
tre diverse situazioni che hanno stimolato la sua fantasia. Al
centro di ciascuna “parentesi” c’è un luogo, un bar latteria, la
sala d’aspetto di un ospedale e una località marittima della
Romagna, che, pur essendo legati al vissuto personale dell’autrice,
nel loro essere luoghi consueti, in un certo senso possono
appartenere a chiunque. Tre luoghi simbolici danno vita a dei
semplici quadretti, rilettura semiseria di un quotidiano mutevole e
vario che non finisce mai di catturare lo sguardo curioso e
affascinato dell’autrice.
Federico M. Giuliani
Nato a Milano nel
1960, ivi risiede. Laureatosi in Giurisprudenza nel
capoluogo lombardo, è Master of Laws in Virginia (Stati Uniti). Avvocato e
saggista nei settori del diritto civile e commerciale, vincitore assoluto del
premio letterario Casentino nel 2000 - col saggio Diritto e pensiero
(prolegomeni), Novara - ha pubblicato lavori di poesia e di prosa.
Quattro sono le sillogi poetiche, e cioè:
Decoro del buio, Forlì, 1987; Solo a fine estate, Forlì,
1993; Un Amleto da trani, Caltanissetta, 2003; Stucchi;
Villalba di Guidonia, 2009.
Due i romanzi: Avvocati maledetti, Roma,
2002 e Turpe diva, Cagliari, 2009.
Per ciò che concerne la poesia, la prima
raccolta giovanile - Decoro del buio - è prediletta da quei
critici (M. Fortunato) che vi scorgono la compiutezza
poetico-teoretica del dominio dell’Interno sull’Esterno – quest’ultimo
essendo finanche obliterato in quella silloge, con una
versificazione essenziale e tutta concettuale al contempo
(rammemorante, a tratti, certa fase montaliana e taluni stacchi
leopardiani). In questa stessa prospettiva d’approccio valutativo,
la seconda silloge, sebbene contenga già in sé, con chiara volizione
dell’Autore, il prolungamento di talune atmosfere
para-adolescenziali (che si vuole non finiscano mai), conterrebbe
già
in
sé il tarlo-vizio della scoperta del vivere au-dehors – dal
che inevitabilmente, per la contraddizione che non lo consente, la
perdita di quella pienezza originaria dell’io-in-tutto-in-sé-conchiuso,
che contraddistingueva l’intatta poesia-concetto dell’esordio; altri
commentatori (C. Repossi, Postfazione a Solo a fine estate)
hanno preferito divisare un sottile gioco dell’Autore con la parola
scritta e con il lettore – gioco che però sarebbe sempre attento a
non scivolare nell’autocompiacimento meramente ludico, ché comunque
al fondo permarrebbe un’autenticità di tensione poetica. Muovendo
alla terza silloge- Un Amleto da trani - essa si colloca
chiaramente, con le sue iattanze e i suoi tracolli, in un tratto del
percorso esistenziale dello scrittore dove uomini liberi si vuole
essere, ben conoscendo l’inseparabilità tra libertà e solitudine –
dal che sortisce una raccolta inautentica e autentica al contempo.
Ivi autenticità esiste dacché i versi sovente dicono di una
dis-persione dell’Autore verso viaggi e donne, e altre faccende non
meditative; pur tuttavia è ibidem rinvenibile anche
un’autenticità laddove emerge l’autocoscienza della, quanto meno
parziale, alienazione-dal-più-proprio-sé. Infine nell’ultima silloge
– Stucchi - taluni temi noti tornano, e però con un certo
quale affinamento rispetto alle raccolte intermedie (M. Fortunato,
Introduzione alla plaquette): riflessività speculativa
estrema, ricusazione del mondo capitalistico-borghese non disgiunta
da un accarezzamento del medesimo (dunque sostanziale ambiguità sul
punto), pianeta-donna e (sedicente anti-italiana, ma forse
italianissima) auto-ironia. Su quest’ultima pone l’accento
Bruno Nacci (Introduzione
alla plaquette), osservando che, in questi ultimi versi di Giuliani, essa è
compenetrata a un linguaggio poetico – più ampiamente, a uno stile –
unico e bizzarro, nel quale coesistono toni aulici e bassi,
aggressività e nichilismo, toni cantautorali e distacco lirico: il
tutto condurrebbe, sempre secondo il Nacci, alla possibile
definizione di un <<Gozzano postmoderno>>. Infatti, del cantore
delle buone cose di pessimo gusto, si ritroverebbero, nell’ultimo
Giuliani, taluni elementi tipizzanti – quali, appunto, l’aderenza
alle cose e nel contempo la distaccata ironia del rifugio; e del
postmodernismo, per parte sua, sussisterebbero il nichilismo
manifesto e sfrontato, e il post-decadentismo sofferto e disperato.
I due lavori in prosa si presentano come molto
diversi tra loro, ma nello stesso tempo collegati da sofisticati
intarsi. Se Avvocati maledetti è stato, cronologicamente, il
primo legal thriller scritto da un avvocato italiano, Turpe diva
è il primo romanzo italiano ambientato all’interno di un reality
show televisivo.
Rimandando, per ciò che concerne Turpe diva,
all’apposita scheda critica, di Avvocati maledetti può dirsi
che si tratta di un thriller legale all’interno del quale, pur non
mancando la doverosa sospensione dubitativa, tutta la narrazione
s’incentra su ambienti e personaggi. La ben descritta corrosione
arida di una certa avvocatura d’affari, vicina alla borghesia
industriale dal gusto ambrosiano, fanno di questo romanzo una
spietata – e molto dialogata – galleria di disperante assenza di
fondamento, ergo di quella “voluta alienazione” che è uno dei
paradigmi fondanti della mitologia contemporanea.
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