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Nota d'apertura e di merito Ve la immaginate la Barilla che apre la sua catena di punti di vendita e, accanto ai propri prodotti, vende anche la pasta Buitoni, i sughi Star, le merendine Motta accanto a quelle del Mulino Bianco e, magari per fare le cose proprio bene, anche il detersivo Dash? A prima vista sembrerebbe una stranezza che insospettisce, perché se la Barilla volesse aprire un suo negozio, si darebbe per scontato che lì si dovrebbe trovare esclusivamente i suoi prodotti e, al massimo, quelli delle sue sottomarche. Nel mondo dell'editoria libraria, invece, tutto ciò non è vissuto come una stranezza, semmai come la regola, o quasi. I principali editori (tre o quattro) sono editori, distributori e, dulcis in fundo, rivenditori al dettaglio. Non solo, concentrano nelle proprie mani i marchi più noti della editoria media e di qualità. Nomi di prestigio, come Adelphi, Sonzogno, Bompiani, Einaudi, tanto per citare i più noti, ma praticamente tutta la media e storicamente consolidata editoria italiana, non sono affatto editori indipendenti, come la più parte dei lettori crede, ma sono stati acquisiti da quei tre o quattro grandi gruppi che controllano per intero il mercato librario italiano. Per altro verso, esiste una sterminata schiera di editori piccoli, piccolissimi o minimi che supera di gran lunga il numero delle librerie esistenti, produce un numero stupefacente di nuovi titoli, e, di contro, riesce ad essere presente in un paio di librerie al massimo, quella di vicinato e quella dove lavora un proprio amico. Quanto alle vendite, esauriti gli amici, i parenti e tutti quelli che, per una ragione o per l'altra, non si possono esimere da una richiesta personale e diretta di acquisto, il venduto raggiunge anche le tre o quattro copie per titolo. Accusare i grandi gruppi di essere e di comportarsi da grandi gruppi è certamente la cosa più stupida e inconcludente che si possa fare. I grandi gruppi agiscono come devono, cioè seguendo la razionalità del mercato e il principio della necessaria loro espansione. Del resto se sono diventati grandi gruppi è proprio perché avevano una marcia in più rispetto a coloro che sono rimasti piccoli e oggi sono stati assorbiti, perché altrimenti sarebbero miseramente falliti. Il punto piuttosto è comprendere perché in Italia si è arrivati a una tale e praticamente monopolistica concentrazione dell'attività editoriale libraia. E la ragione è piuttosto semplice: perché poca, pochissima gente entra in libreria. La mazzata finale al lavoro professionale dei librai, che è quello di informatori e divulgatori di novità presso un pubblico attento e curioso di trovare parole adatte alle proprie inclinazioni e sensibilità, è stata data dalle buone intenzioni governative, di cui appunto è lastricata la via dell'inferno. Dato per scontato, ma sicuramente tutto da verificare, il principio secondo cui leggere è un bene assoluto, qualunque cosa si legga, chiunque sia il lettore (se Lenin, Hitler o Fidel Castro non avessero letto un libro, avrebbero combinato i disastri che hanno combinato?), tutta una serie di provvedimenti legislativi ha consentito la vendita di libri ovunque, dagli sportelli postali, ai grill autostradali, dai supermercati alle stazioni di servizio. La cosa ha permesso di vendere anche uno 0,01 di libri in più rispetto al passato, ma peccato che ciò abbia profondamente compromesso le chances dell'editoria di qualità e il lavoro dei librai. In questi posti si vendono infatti, spesso a prezzi di realizzo, i titoli più mediocri e volgari della produzione libraria, noir del cavolo, libracci di cucina, pettegolezzi politici e storici, storie edificanti di fratellanza onlus universale, manuali per salvarsi l'anima e tenere elastica la pelle dopo i cinquant'anni, e via andare. Il risultato non solo è stato un crollo del gusto, ma anche il fatto che, dando per scontato che le famiglie non hanno risorse inesauribili per l'acquisto di libri, una volta comprata la cazzata al supermercato con lo sconto del 30%, se prima in libreria si andava poco, ora ci si va solo se affetti da librofilia. Questa premessa ha lo scopo di tracciare il quadro di contorno che sta all'origine della nascita di questo sito. Oggi le piccole e le medie librerie soffrono molto sia per la concorrenza dei grandi gruppi che si sono trasformati anche in dettaglianti, sia per la vendita dei libri nei luoghi di cui sopra. Tuttavia esiste certamente un pubblico solido di lettori, specie in Lombardia, che non è stato del tutto tramortito dalle offerte dei supermercati e che crede che la libreria sia anche qualcosa di più di un semplice negozio commerciale, e cioè che possa e debba essere anche un luogo di informazione e di possibile scambio culturale. Più ancora è sicuramente consapevole che avere, in un futuro prossimo, la chance di scegliere se entrare in un negozio Mondadori o Feltrinelli o se giungere al Punto, trovandosi in un centro commerciale, non sarebbe la più felice delle condizioni umane in fatto di varietà di opzioni di lettura. Dunque sapere quali sono le librerie che a Milano e nel suo circondario hanno ancora una figura riconoscibile di librario e dove, soprattutto, è possibile partecipare a incontri o essere informati di novità librarie interessanti, sebbene fuori dal circuito mediatico dominante, può essere un piccolo, ma significativo contributo a mantenere vivace la molteplicità dei canali di informazione e formazione culturale.
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