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Vincenzo Guarracino, A Te che per sempre, Alla chiara fonte, 2008

di Adele Desideri

Il cantico A te che per sempre di Vincenzo Guarracino è stato pubblicato, nel 2004, in una “cartella d’arte” (con un’incisione dell’artista uruguaiano Pablo Achugarry), donata poi a Joseph Ratzinger, allora cardinale, e al Pontefice Giovanni Paolo II. Ora, nelle edizioni Alla chiara fonte (Lugano), ritorna – musicato da Massimiliano Pascucci e registrato durante un concerto live dei Vox Àltera Ensemble – in una raffinata plaquette con relativo CD.

Il poemetto è una felice attualizzazione, una coraggiosa “parafrasi” della preghiera che il Gesù dei Vangeli ha rivolto a Dio Padre. Anche se nella figura del “Padre” si manifestano tre diverse identità: quella naturale, quella divina e quella putativa, individuata dall’autore nella persona di don Rocco De Leo, suo “Maestro” di vita e di studi, nonché “rettore del Seminario di Vallo della Lucania, in provincia di Salerno”.
Il testo è ispirato da una fede che sceglie l’umiltà, restando però in costante conflitto “tra altare e precipizio del sogno (…)/ (…)/ col cuore gonfio ad ogni transito e rumore/”. Le terzine che ne scandiscono il palpitante ritmo e la fluente melodia trasportano il lettore nel luogo insondabile, arcano, in cui carne e spirito si incontrano, si oppongono e poi, talvolta, trovano un dialogo, un segno di pace, tra la richiesta di perdono – da parte dell’uomo – per le proprie responsabilità e la promessa – da parte di Dio – della salvezza eterna.

Guarracino, ben lontano da ogni retorica, trae dalle antiche formule liturgiche il timbro della novità, il tratto genuino di una lirica nitida, sobria, ma ricca di senso e di nitore. Entra in sintonia con la tradizione religiosa cristiana – dalle remote origini alle sue più recenti riflessioni – e con la poetica dei veri “Maestri” del novecento. Compone quindi un salmo che si eleva fino alle vette dell’incommensurabile ed interpreta, al tempo stesso, un sentire comune, una dimensione della paternità ove molti si possono riconoscere.

In A Te che per sempre il poeta dà voce alle inquietudini umane, mitigate soltanto nella comunione, libera e consapevole, del creato raccolto attorno alla “(…) carità irragionevole/” fatta “(…) Verbo (…)/”. Così l’uomo è avvolto nelle “(…) progressive inconoscibili/ accumulazioni di acquisti, ansie e delusioni.//”, la coscienza è una realtà in cui “(…) ognuno reca il grumo di un destino://” la coerenza un ideale che “(…) si avvera solo/ a patto di essere trasparenti come vetri,//”.

Toccando anche le corde della commozione, Guarracino, scrive: “Io, del figlio, una fiducia irresponsabile/ capace di amare e tradire con la stessa/ facilità con cui respiro (…)//”. E conclude, con una semplicità tanto lapidaria quanto rassicurante: “(…) proteggi con la tua ala d’indulgenza/ se ci son semi di bene che ho piantato/ nel giardino di questa vita di malizia//”.

Quella di Guarracino è poesia davvero di qualità: sfiora il mistero nell’intersezione tra sacro e sublime, lasciando nel cuore tracce di gioia. Aiuta a vivere meglio, infondendo la serenità di pensieri retti. Suscita la bellezza di forme preziose, nutrendo la certezza che qualcosa di buono a questo mondo è pur sempre scovabile.
 


 

Roberto Mussapi, Resurrexi, Jaca Book, 2009, pag. 68, euro 12

 

L’opera teatrale Resurrexi è stata commissionata a Roberto Mussapi, nel2006, dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalla Fondazione Arena di Verona. Accompagnata dalle musiche di Alberto Colla, essa è stata rappresentata in Vaticano dinanzi a Benedetto XVI. Ora la possiamo trovare nelle edizioni Jaca Book, impreziosita da una serie di incisioni su linoleum realizzate da Teresa Maresca.

In questo testo Mussapi affresca il dramma della Passione e gli enigmi della Resurrezione di Cristo, attingendo alle fonti neotestamentarie del Vangelo di Luca e dell’Apocalisse di Giovanni. Ne scaturisce “un oratorio sacro in cinque quadri per voce recitante” che irradia luce pura, diffonde cosmica energia, sfiora l’essenza dell’’Eterno e scandisce i ritmi della debolezza umana.

Il Figlio, un angelo, i due uomini che si dirigono a Emmaus, la Maddalena e due Cori commentano i fatti relativi alla scoperta del sepolcro vuoto. Il Padre “appare in forma di luce”, la sua voce è sfumata nelle nebbie della trascendenza. È altresì “(...) inconfondibile,/” quella del Figlio, il quale ritorna con vibrante tenerezza sulla sua vicenda terrena: “Mi hanno creduto, confusi, incerti,/ come passeri attratti da una mano/ che tratteneva briciole di pane./”. Maria, la madre, compare, silenziosa e caparbia, nelle parole altrui: “La roccia è vuota, Maria, come i tuoi occhi (...)/”.

Mussapi - evitando i toni apologetici o acritici - scandaglia i dubbi, le insicurezze, le aporie della fede. La “sua” Maddalena, così, può farsi latrice del quesito che ogni persona, forse, vorrebbe fosse svelato: “Ma a me, che sono confusa ma presente,/ a me, Angelo, a me che sono niente/ dillo, e non pensare di potermi illudere:/ (...)/ è risalito al Cielo? È risorto?//”.

E se è vero che “Nel cuore della storia ha fatto irruzione l’eterno”, la dimensione escatologica - quella cioè della speranza ultima di salvezza -diventa una sublime certezza, che già dall’assenza del corpo fisico di Gesù trae la fiducia nella presenza spirituale di quello risorto: “lì dove tu lo vedi assente Cristo è risorto./”. E se è vero che la Maddalena ha  “(…) redento/ sola, al suo fianco, il sogno degli umani/ di ritrovare amore anche nel fango,/”, si apre finalmente lo scenario atteso del perdono.

Il Nazareno, come del resto molti altri personaggi famosi della Bibbia, è spesso rivisitato nei romanzi o nelle raccolte poetiche contemporanee con esiti a volte piuttosto banali e scontati. Mussapi invece, nell’affrontare gli epigoni della vita di Gesù, sceglie tonalità inconsuete, capaci di dipingere a tinte vivide l’apocalisse fortunata della carità: “credimi, ho riso, come ride un Dio./”. E nei suoi versi coniuga la chiarezza di uno stile cristallino, la sorpresa di un dettato leggero, la potenza di un timbro che tocca le profondità dello spirito.

Nell’intensità del verbo il poeta dà risalto alla mobilità dell’immagine, facendo emergere le virtù imprevedibili dell’uomo proprio dalla sua caducità: “la tua creatura è fragile, ma bella./ Valeva la pena di morirci accanto,/”.

Bellezza, fragilità, amore, giocosità, dolore, felicità, contrasto, eternità: è salutare riflettere su tutto questo, mentre l’estate si approssima e nel tempo del riposo la mente, liberata dagli affanni quotidiani, può librarsi, tramite le buone letture, verso gli orizzonti dell’infinito. Volare alto fa bene. Talvolta sembra difficile, ma si può fare. Basta provarci. 

Adele Desideri